Frank e il bullismo. Credo. Non lo so, addio.
“Buongiorno, principessa!”
Cristo, no. Non quella voce. La più irritante dell’intero cosmo. Strascicata, sporca, adulta, nonostante chi parlasse di adulto avesse ben poco.
Frank chiuse gli occhi per un attimo e prese un enorme respiro, continuando ad armeggiare nel suo armadietto. Era un vero disastro, avrebbe dovuto sgombrarlo un po’ uno di questi giorni.
“Hai perso la lingua, checca?” Cosa gli serviva? Dunque, era Mercoledì ed era alla terza ora. Dette una rapida occhiata all’orario che teneva appeso al piccolo sportello grigio, tra le fotografie e le scritte che lui stesso aveva aggiunto; di Mercoledì la terza ora c’è Letteratura.
Frugò tra il libri ed estrasse quello di cui aveva bisogno.
“La piccola Pansy oggi non ci caga di pezzo.” Fece un’altra voce dietro di lui, se possibile ancora più irritante della prima. Era una di quelle voci nasali, che ti ispirano violenza anche mentre ti dicono una cosa carina.
“Forse gli è andato un cazzo di traverso e non riesce a parlare!”
“Oppure ieri sera mentre lo prendeva gli hanno fatto così male che, quando parla, sembra più femminuccia di quanto già non sia.”
Di nuovo Frank chiuse gli occhi. Ridevano forte, gli stronzi. Chiuse lo sportello dell’armadietto, sbattendolo con violenza. Ci aveva messo così tanta forza che aveva temuto potesse uscire dai cardini e cadere a terra, o quantomeno accartocciarsi, frantumarsi.
Sarebbe stato carino, in effetti.
Aveva sentito i ragazzi che gli stavano intorno ammutolire, anche se solo per un attimo.
“Ti sono tornate, Pansy? Ti vedo nervosetta.”
“Questa era prevedibile, Mitchell” bofonchiò il piccoletto, piegandosi a raccogliere la sua cartella “forse devi rispolverare la tua mensola degli appellativi. Stai iniziando a diventare monotono e ripetitivo.”
Aaron Mitchell a la sua combriccola lo guardavano con tanto d’occhi furenti, le dita che formicolavano per la voglia di frantumare il suo grazioso naso, e possibilmente qualche altra parte del suo gracile corpo.
Si caricò la tracolla in spalla e deglutì, cercando di mantenere vivo quel minimo senso del pudore che aveva e non correre via.
“Io avrei lezione. Quindi… ciao.” Girò i tacchi e iniziò a percorrere il corridoio il più veloce possibile.
“Sai che non finisce qui, vero frocio?” sentì il sangue congelarsi nelle vene, ma continuò imperterrito a camminare.
Invece di andare in classe però, svoltò per i bagni. Lasciò cadere la tracolla a terra provocando un tonfo sordo, e venne a contatto con il suo riflesso.
Si può leggere l’anima di una persona attraverso i suoi occhi?
Forse questo ragionamento valeva per gli altri, non per lui. Lui era un libro chiuso.
Scrutò nelle sue iridi verdi, così luminose, sorridenti, leggermente coperte dai suoi capelli scuri.
Le vide farsi rosee e riempirsi di calde lacrime, che andavano mano a mano a tracciare delicati solchi sulle sue guance.
Ecco, gli ultimi brandelli della sua anima – anima, poi, che denominazione regale. Era un panno sporco, grigio, nebuloso - se ne stavano lentamente andando.
Lasciò che una lacrima si unisse ad un’altra proprio sotto il mento, poi si sciacquò il viso.
Recuperò la borsa e corse via dal bagno, catapultandosi in classe.
Spalancò la porta senza alcuna grazia, aggiudicandosi una buona dose di sguardi che urlavano: sei senza speranza. La spiegazione era ovviamente già cominciata.
“E così oggi in nostro beneamato Iero ha deciso di graziarci con la sua luminosa presenza!” disse il professor Bennett, smettendo momentaneamente di scrivere alla lavagna. Si aggiustò gli occhiali sul naso e la sua espressione si fece simile a quella degli altri. Il piccoletto emise un risolino imbarazzato e si passò ripetutamente una mano tra i capelli.
“Mi scusi.”
“Non ci sono scuse. La prossima volta non ti faccio entrare. Va a sederti, avanti.” Annuì e corse a sedersi accanto al suo amico Ray.
“Stavo per chiamare la polizia.” Lo canzonò questo, mentre lui si abbandonava di peso sulla sedia, facendo non poco rumore. Sorrise appena al ragazzo dai capelli ricci.
“Va tutto bene, Frankie?”
“Sì.” Ray alzò un sopracciglio, assolutamente non convinto dalla risposta.
“Davvero. E’ tutto okay?”
“Sto bene. Fidati.”
Era piegato su se stesso, il naso a pochi millimetri dal foglio a righe sul quale stava scrivendo. La biro scorreva a scatti, quasi febbrile, rifletteva una calligrafia trascinata e spigolosa, come se qualcuno da destra stesse soffiando e la inclinasse.
Mimava a mezze labbra ogni nome che imprimeva indelebilmente sulla carta.
“Aaron Mitchell; Sebastian Taylor; Rupert Davis; Lewis Anderson; prof. Edward Bennett.”
Si allontanò dal foglio, e guardò soddisfatto la sua opera. I nomi erano abbastanza grandi da riempire tutta la superficie. Accanto a quelli, c’erano i vari insulti che ogni giorno era costretto a sentire.
Aprì un cassetto, estraendone uno spago ed un paio di forbici.
Uscì dalla sua camera con tutto l’occorrente, per andare poi in quella del padre.
“ah, la vecchia calibro.” Sospirò tra sé, mentre estraeva quell’oggetto nero, freddo e luccicante da una scatola posta sotto al letto. Se la rigirò tra le mani e sentì un brivido percorrergli la schiena.
Era una pistola antica, se così si può definire, che girava per la sua famiglia dai tempi del suo bisnonno. Una sorta di pegno.
Controllò meticolosamente che fosse carica, e frugò nella scatola per essere certo che ci fossero altri proiettili per caricarla di nuovo, una volta finito. Suo padre non usava mai la calibro trentasei, tantomeno contava le munizioni, non si sarebbe accorto di nulla.
La nascose sotto la maglietta, la piccola canna infilata nei boxer.
Uscì di casa e si precipitò verso la collina, con il terrore che quella rivoltella potesse di colpo sparare e friggergli le palle. Ci mancava solo quello, in effetti.
Eccola, finalmente. Deserta e rovente come al solito, la collina era un magnifico palco per osservare Belleville dall’alto.
Frankie si guardò intorno, anche se sapeva che non sarebbe arrivato nessuno. Si avvicinò ad un albero d’ulivo e appese ad un suo ramo, grazie allo spago, la famosa lista.
Indietreggiò di qualche metro ed estrasse la pistola. Fissò il primo nome con gli occhi pieni di lacrime di rabbia; stringendo tra le mani tremanti l’arma, fece partire il primo colpo. Aaron Mitchell.
“Figlio di puttana!” gridò, mentre la pallottola bruciava e trapassava il foglio.
Fece partire altri colpi, quasi senza guardare, fino a che l’ultimo brandello di carta non cadde a terra, nero e fumante.
Il cuore gli stava martellando nel petto, il respiro si era rarefatto, pensò quasi di svenire.
“Vi ho ammazzati tutti, brutti stronzi.” Mormorò.
Non si sentiva affatto meglio.
-
bombanucleare likes this
-
bleedingfingerss posted this



